|
ambientata nella Armenia Meridionale
|
A Sanahin, Odzun |
ambientata nella Armenia Meridionale
|
||||||
|
Vanadzor, 30-31 luglio 2002
Lasciata
stamattina per l'ennesima volta la stessa stanza nell' hotel in Ashtarak,,
per l'ennesima volta lasciati i miei bagagli nella réception, mi sono
avviato all' Ambasciata iraniana in Erevan, a tentare una seconda volta
di ottenere un visto, di persona e senza più la mediazione formale di
un'agenzia: e lo spiraglio si è aperto oltre l'immaginabile. Nel lasciare la stanza, sull' autobus per Erevan, mi sono rimesso alla Sua volontà: e la Bibbia mi si è aperta alla lettera dell' apostolo Giacomo, ove è detto " 13E ora a voi, che dite: "Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni", 14mentre non sapete cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. 15Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello. 16Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo. 17Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato."
Sono
prima passato per il mercato sotterraneo della piazza dell' Haistan
market sovrastate, per comperare una camicia lunga fino ai polsi,e
presentarmi agli addetti iranici così come prescrive la loro decenza
islamica. E
davanti all' Ambasciatore ho citato il nome magico di Soltanye, per
dirgli quanto, mi fossi accodato i Italia ad un tour operator, non avrei
potuto altrimenti visitare. Il
visto turistico per un mese, addirittura, mi ha ripromesso in cinque-sei
giorni... Potrebbe
essere anche di meno il tempo necessario, forse anche già a fine
settimana la mia richiesta risulterà accolta... Poi,
come può essere stato, che dopo essermi disperso e felicitato per ore
in Erevan, ancora alle sei del pomeriggio fossi per strada sotto un sole
che mi toglieva ogni vigoria nel suo ardore implacabile, in attesa con i
miei numerosi bagagli di un inarrivabile fantomatico autobus per
Vanadzor, annunciato su di uno degli improbabili quadri orari della
Kilykia station, e che alle 21 mi sia ritrovato già alla meta dell'
ingresso del Gugark hotel, nell' ultimo suo giorno esatto di apertura,
entro il buio pubblico più pesto di una Vanadzor più ancora
allucinatoria sotto la pioggia, traverso il rovescio di un temporale che
non mi ha bagnato che la punta dei piedi, se non per opera dei Suoi
Angeli che sono sopraggiunti per strada offrendomi un passaggio? Il
primo nelle specie di un uomo di me più anziano, che ha provveduto
anche a tranquillizzarmi che nessuno dei "sciun" sarebbe mai
finito investito, dalla sua vettura contro la quale si avventuravano
abbaiando, il secondo sotto le sembianze di un uomo della mia età, che
con il passaggio mi ha offerto anche uno spuntino di carne allo spiedo
involtolato nel lavashi, con vera acqua Jermouk, a un chiosco ulteriore, in luogo di quella che ci era stata
propinata come tale, con il caffè, nella locanda dove si è arrestato
per farsi cuocere la carne allo spiedo. Ma
il Vangelo che qui nell'hotel Germuk ho riaperto prima di scrivere, è
quello della pagina di Luca che mi ricorda come anche i peccatori amino
i loro benefattori. Con
che inflessibile spietatezza, ricordando ai ricchi la loro maledizione,
che è di avere già la loro consolazione. Sotto il sole di Ashtarak mi battevo per strada il petto in affanno e la testa che mi veniva meno, ripetendomi quanto mi fossi eccessivamente esaltato in un fare dispersivo per le vie di Erevan, talmente ero contento di avere ancora in cuore la speranza di entrare in Iran... Una seconda camicia , ancora più bella, nei recessi sotterranei presso l' Haistan Market, la ricerca senza posa, in Abovian Street, di un internet.cafè che non fosse già strapieno e ricolmo di ragazzi intenti in videogiochi, o da cui mi riuscisse di connettermi con la posta in arrivo nel mio sito e-mail.. Che mi diceva mai, mio fratello, nella sua lettera che non mi riusciva di aprire, titolata stranamente " Iraq"? Ed in quella su mia madre? E chi mi scriveva dalla Georgia, di coloro a cui avevo lasciato il mio indirizzo in rete? Solo vicino al punto di partenza della mia stordita ricerca, nei pressi di Opera Square, ho finito per trovare un internet cafè dove vi fosse un computer disponibile,. Era Dimitri Nikoladze, a scrivermi dalla Georgia, il giovane studente di letteratura talmente appassionato della lingua e della civiltà italiana, oramai di casa nell' internet cafè di Tiblisi dove ci siamo incontrati.. " I'm in Erevan, now... Yes, You can ashk me what You like, on my spiritual and material life.., Qualora sfumasse il mio viaggio in Iran, rivederlo è una sollecitazione che può rendere il mio rientro in georgia una compensazione gradita. Potrà frattanto rivolgersi a Bano, " a old professor, a very great man, perchè gli traduca in kartuli quanto non potrò dirgli in risposta che in Italiano... Quanto a mio fratello l'ho tranquillizzato che sono diretto in Iran, non in Iraq, dove mi ha preventivato un attacco militare angloamericano. Ciò che gli uomini nominano come il caso ha voluto che il computer, all' atto dell' invio, vanificasse la mia prima redazione della lettera,in risposta, che avrebbe potuto offendere la sua sollecitudine fraterna, al sentirvi quanto i ragazzi in sala si siano divertiti, quando ho detto loro a quale equivoco mi fossi messo a ridere al computer " To Iran I'm going, non to Iraq..."
Astarak, 2 agosto L' altra mattina,e ne parlo oramai come se fosse intercorso immemorabile tempo, ho dovuto svegliarmi anzitempo, per depositare nel fantastico Hotel Kirovakan i miei bagagli che non potevo lasciare più in custodia presso il Gugark hotel, in cui avevo trascorso l'ultima notte delle sue attività. Che hotel, in cui ho dovuto inerpicarmi tra insediamenti di baracche, e discariche di rifiuti e cani latranti, cercando dove potesse mai situarsi, e quale ne fosse l'entrata, in quell' edificio cadente in rovina. Mi ero così affrettato inutilmente per prendere l'autobus per Alaverdi, restava tuttavia il treno, più tardi, ai cui sudici vetri potevo intravedere appena il DEmbe schiumante in fondo alla valle. Un uomo ch'è sceso prima, mi è stato prodigo di consigli sul verso da tenere durante il mio viaggio- Alaverdi, poi Sanahin, Odzun, che evitassi di scendere alla stazione che ha la denominzine stessa di Sanahin, ch' è altrimenti situat, a valle, che Sanahin vank, la mia meta effettiva più a monte. Era a tale stazione che sarei sceso per sbaglio se non mi avesse gridato di risalire la signora stessa che me l'aveva indicata per quella di Alaverdì. Le restava il tempo, frattanto, di invitarmi a condividere le pietanze che spartiva con i figli. Su, poi, fino a Sanahin, con l'autobus che di fronte alla stazione era in attesa dei passeggeri in arrivo, dal quale scendevo all' altezza di grattacieli erti fra rifiuti e macerie, a devastazione terrificante della meravigliosa valle sottostante del fiume Dembe. Me ne distanziavo felicemente per un sentiero tra dei villini alpestri georgiani, che mi conduceva alfine al monastero. Me
ne è occorso del tempo, talmente ero succube ancora dello stordimento e
del sonno, per accorgermi di quanto il sito fosse incantevole,
anche perché solo al sopraggiungere di turisti italiani, con una guida, mi sarebbe stata aperta la biblioteca e con essa la chiesa principale.
Nella sua sala a cupola, di cui il piano d'imposta poggiava su arcate raddoppiate, l'intera grandiosa vastità interna trovava una soluzione unificata meravigliosa,
Precedevano la sala due sacrestie internate in due piani a lato della parete d'accesso, come già l' anno scorso avevo rilevato in Hagpat, che vedevo fronteggiare Sanahin aldilà della forra in cui un affluente aveva aperto il suo corso d'acque verso il canyon del Dembe.
Nella biblioteca un lucernario a piramide, profilato internamente ad ottaedro e poi circolarizzato, culminava la tensione possente delle quattro arcate di sostegno, poggiandosi su dei i semipilastri disposti lungo le diagonali dell' edificio a pianta quadrata, fra i quali erano disposte le rientranze nei muri per depositarvi i libri.
Uniformavano l'una e l'altra chiesa principale le sale
le
riuniva la monumentalità delle arcate traverse dell' Akademiki Nel
verde fragrante e generoso di frescura in cui mi ponevo a giacere,
che oltre la cinta muraria sconfinava nel cimitero sovrastante,
miravo affrontarsi il campanile, le cappelle dei donatari, la biblioteca
e l'anulare della piccola e mirabile chiesa di San Gregorio, L'
autobus che già in ritardo si era mosso da Alaverdì verso Odzun, nel
tardo pomeriggio, un automezzo oramai allo stremo delle sue malandate
forze, si è arrestato in salita almeno una decina di volte. Era
assoluta la solidarietà paziente degli altri viaggiatori, che sono
rimasti seduti senza il minimo cenno di insofferenza, anche dopo un'ora
e più di viaggio lungo un tragitto di una decina chilometri, o poco più,
anche quando l'autobus si è arreso di nuovo alle asperità
dei tornanti ch'era già in vista della spianata terminale,
oramai a poca distanza dai paraggi di Odzun. Era
come se non volessero recare neanche il torto di qualche espressione di
malumore, all' autista ed al suo aiutante che aprivano e richiudevano il
cofano, allentavano, riavvianghiano, in una fatica disumana di Sisifi
sempre più lerci, ogni volta ulteriore rianimandosi come se non fosse
successo niente e tutto stesse
definitivamente a posto, non appena l'autobus ridava segni di
vita. Fin
che al successivo tornante, come la pendenza si accentuava di nuovo... Le
sole defezioni, a quell' ennesimo arresto, quelle di una donna e del
figlio che l'accompagnava, non che la mia... Ma
l'anziana non era diretta ad Ozdun, come avrei appreso a mie spese, e
solo qualche centinaio di metri la separava dal bivio al quale sarebbe
dovuta scendere in ogni modo. Lungo
la strada per la quale si è avviata verso uno dei due villaggi che si
contrapponevano nella distesa dorata di messi della piana d'altura, l'ho
rincorsa a rotta di collo con il cuore ed il fiato che mi si serravano
in gola, perché lei o il figlio ch'erano le sole presenze che si
perdevano a distanza, mi dicessero quale dei due villaggi fosse Odzun. Era
quello in direzione opposta, ovviamente, ma per raggiungerlo non potevo
più prendere il sentiero radioso che vi scorciava tra i campi, dovevo
fare ritorno sui miei passi, giacché avevo abbandonato troppo indietro
il mio zaino di cui mi ero liberato, nel mio inseguimento sfiatato della
donna e del figlio che non sembravano volerne prendere atto, sino al
bivio per il quale mi riavviavo lungo la strada principale, su cui il
penoso automezzo era sopraggiunto per arrestarsi di nuovo. Ma
era talmente vasto e lungo il villaggio di Odzun, talmente era frondoso
di rigogliosi frutteti che mi oscuravano la vista di ogni eventuale
chiesa, che per quanto mi sia affannato e affrettato per raggiungere
sempre più sul tardi una meta che quanto più mi approssimavo ad essa
sembrava farsi sempre più angosciosamente inarrivabile, che sia pure di
poco l'automezzo ha avuto modo di precedermi, quando sono giunto
appresso alle mura d'ambito della chiesa d'Odzun. Era
una ruvida e greve pieve di montagna,
la cui bellezza mi si è rivelata a poco a poco, stagliantesi
in un vasto prato contro la chiostra dei monti, Che
mi è poi valso, che al rientro in Alaverdì abbia ottenuto subito un
passaggio? Il
treno per Vanadzor sarebbe partito alle 22,30, anziché alle 20,30, come
mi ero stato dato od avevo creduto di intendere, ed anche se ero in
anticipo sullo stesso orario di partenza che presumevo valido, due ore
prima di quella effettiva, non mi è servito ad assicurarmi almeno la
calma di essere in anticipo, l'orologio mi indicava erroneamente un'ora
avanti, ch' ero già oltre le 20,30 della fittizia partenza. Mi
sono risentito aspramente contro tale e tanta divina crudeltà
provvidenziale, quando in anticipo su tutto, mi sono ritrovato al
termine opposto di Alaverdi, presso la stazione, dopo avere traversato
in affanno trafelato l'intero insediamento. Un
giovane uomo, di inaudita gentilezza, ad ogni sua offerta, di cibo, di
alloggio, non ha riscontrato che il diniego della mia contrariata
scortesia. Me
ne restava, ora , del tempo, per soddisfare come un bambino il capriccio
di vedere il ponte di Alaverdi, di fare ritorno per chilometri e
chilometri nel centro, pur di ripercorrerne l'antico selciato del ponte
che ne pavimenta il fondo a dorso d'asino, e toccare e pure carezzare i
leoni che vi stavano scolpiti, ove il
profilo a gradoni del ponte cominciava a scalare- e rifare a rilento
l'intero percorso, rammaricandomi che un paese talmente ameno, lungo il
torrente scrosciante tra i monti che lo rinserrano, sia sfigurato dall'
enormità al suo interno dell' impianto
industriale svetrato e sbrecciato e in larga parte dismesso,che per
oltre un chilometro affianca e disastra il corso del torrente e il suo
vialetto alberato, percorso solo da pochi nel silenzio serale. L'arrivo
a Vanadzor, oltre la mezzanotte, non mi sarebbe servito ad assicurarmi
un giaciglio, se non fosse stato per uno dei due uomini rimasti a
custodire il Gugark hotel che era rimasto aperto benché avesse appena
cessato le sue attività, che mi ha avviato a sistemarmi su un divano
nella sala della direzione. Non
c'era un taxi in circolazione, eccettuati degli inaffidabili
profittatori. E
nel buio in cui era immersa la città, come avrei potuto raggiungere a
piedi l'albergo Kirovakan, lungo i viali oscurati, tra i baraccamenti e
i cani furiosi alla catena, prima del farsi dell'alba seguente. Ma
quando sono arrivato al suo ingresso, le donne che ho risvegliato nel
primo chiarore, fin da che sono accorse alle finestre mi hanno
addebitato di avermi atteso invano ore ed ore. Non
hanno comunque mancato di
prepararmi un caffè, e di mettermi a disposizione, con un largo gesto
della mano, la camera migliore in cui volessi ancora dormire, nelle ore
mattutine che precedevano il mio rientro in Ashtarak. Ho
scelto la suite , che comunque decorosa , nello sfascio superstite, mi
offriva una camera da letto, un salottino, il duplice bagno senza acqua
di sorta.
ambientata nella Armenia Meridionale http://armenianstudies.csufresno.edu/index.htm www.iatp.am/resource/alumni/ lori/sanahin.html |