Odorico Bergamaschi

 

LIRICHE INDIANE ( 2012-2017)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ECLOGHE INDIANE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DRAMATIS PERSONAE

 

L’amico indiano Kailash, Kallu

La moglie, Vimala

Il figlio maggiore Ajay ( 2000), ancora un ragazzino

La figlia Poorti, ( 2005), ancora una bambina

Il figlio Chandu ( 2009), un bambino

Il figlio Sumit ( 2007-2009), deceduto a due anni di età

Ashesh, il nipote, figlio di una sorella dell’amico

Mohammad, un giovinetto amico dell’IO poetante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA ECLOGA INDIANA

 

 

Qui dove la tigre che ti fronteggia

 

è il pupazzo di stoffa di Chandu,

 

e nel dolce lume il gioco e il canto

 

sono la felicità di bimbi tra l’immondo,

 

che lieve brezza ti riconduce,

 

trattiene i tuoi giorni tra sibili e incanto,

 

prima che cedano al sonno ed ai silenzi,

 

inquietati dai ladri ,

 

della luna sui terrazzi e gli orti di Sewagram,

 

 

 

cum complexa sui corpus miserabile nati

 

lo stesso colpo di tosse nell'ultimo nato

 

e già è il tremendo del sereno

 

di cui i muri sono assorti nei giorni,

 

tu vi schiudi il cuore e le braccia

 

e quanta delicatezza tenera

 

discopri nel morso

 

al  calore della schiusa di piccoli cobra,

 

 

 

 

 

mentre non hai più altra vita, che questa,

 

che ti adempia o ti smentisca per sempre,

 

deus nobis haec otia fecit

 

tra gli strilli e il pianto o il crollo di schianto

 

dove il villaggio riposa all’ombra dei nim,

 

nell’attesa del rientro al tramonto

 

dalla giungla di bufali ed ox,

 

quando di febbraio è già estate

 

e la senape ingiallisce i campi,

 

 

 

tutto si è consumato da che potesti lasciare il tormento delle aule

 

dove chi è rimasto rimarrà ancora più a lungo,

 

 

 

ed altrove, qui in India,

 

eccoti di già sulla via del ritorno

 

con l’amico sotto le stesse fronde ospitali dell’himli,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in lontananza sfumando i declivi

 

dove alle acque del Ken discendono i boschi,

 

e le rive del parco approdano ai giunchi ,

 

“Vedi, come il fiume senza farne uso e ricevere offerte

 

dona la sua acqua a pecore e cervi,

 

così l’albero ci dà la sua ombra”,

 

sotto la quale possiamo ancora indugiare

 

disvelandoci che cosa sia tra noi paroupkar,

 

 

 

è nelle vicinanze il tempio di Chattarbuja

 

che preannuncia la nostra antica città,

 

 

 

poi conterà solo andare avanti,

 

e sarà questo il nostro canto più alto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SECONDA ECLOGA INDIANA

 

 

 

Brillano i pani di sterco dei roghi di Holika

nella prima luce del giorno sui muri e i terrazzi,

la mangusta riappare nei coltivi degli orti,

già si schiudono le membra dai giacigli terreni,

con i lavacri delle stoviglie

iniziano nei cortili le abluzioni e gli spurghi,

 

 India was enslaved by the British”

la lezione che ripete il fanciullo

prima di andare a scuola,

ripetendola, nell'India indipendente,

nella lingua dei britannici che gli è ancora più d'obbligo, ora che è senior,

per non dovere cinque rupie alle suore se usa l’hindi,

“India was poor and weak at that time

ripete come se i suoi stessi panni di ogni giorno

fossero ancora quelli di quel paese debole e povero,

 

“ Every man will be thy friend

Whilst thou hast wherewith to spend

quando il vero amico "he stands by us

through thick and thin,"

lo è nella buona e nella cattiva sorte,

 

 

Hello, rupeeshello, pens…”

 

nel mercato dove cerchi il coriandolo fresco

puoi ritrovare più ancora il maldicente di turno:

“L’amico, che la fa da padrone sull’uscio del negozio,

spende tutto nel bere e gli trema la mano,

nessuno vuole lui come barbiere… "

 

 

 

ed ora chi mi riscatterà questo corpo di morte,

al grano che già si schiude al calore di marzo

se non, ancora di più,

l’amore ch’è vita e luce dell’anima ferita

 

 

tra le follie di un docile cuore

lontanandoci con l’amico

nelle valli dove ancora risuona il canto di Krishna,

ed è il clamore della pioggia di fiori e colori

che assorda il dolore che invasa la mente,

la luna quel tocco di sandalo

sul volto vergine del cielo

 

mentre sulla Yamuna Amore, giocando il gioco della tigre,

sei tu, Yama, Dio della Morte,

 

fin che di nuovo tra le forme d’incanto

cade la mente con l’escremento,

 

 

ed accade il distacco tra i cieli di Delhi,

non più, nella lontananza, lo sguardo amante

ma con le nuvole in disfacimento

tremulo liquido l’acciaio nelle trame di vetro,

trasmutatisi in esse i cortili e i terrazzi

cui nello sfolgorarvi del giorno sei di ritorno,

 

di nuovo dove chi ama non infinge soltanto,

e qualcosa comunque succede.

“E’ troppo povero l’inglese dei piccoli”

il verdetto delle suore, per bocca dell’amico,

perché a loro consenta in India un futuro.

Come pappagalli li hanno addestrati

solo a ripetere quello che non capiscono.

Provvederemo, comunque, ripartiremo.

Li abbevereremo, i piccoli, al nostro soccorso,

come tra i campi, dalla riarsa giungla,

si abbeverano gli armenti al Kuddhar,

aprendosi il varco dove il fiume intesse le sue rive

delle canne che ora graticciano l’avviato negozio.

 

E da queste sponde anche voi a casa, ben pasciute capre

Ite domum saturae, venit Hesperum, ite capellae .

 

TERZA ECLOGA INDIANA

 

 

 

“Oracolo del Signore.

Quanto il cielo si sopraeleva su tutta quanta la Terra,

cosi le mie vie si sopraelevano

sulle vostre vie,

e i miei pensieri sui vostri pensieri”

Isaia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le foglie riarse dalla fersa

d’aprile si fondevano desolazione ed ardore

dove di giorno fulgevano i fiori di chheola,

il chiarore delle messi circonfondendo nei pleniluni le traversate notturne/

che al padre riconducevano il cuore dei piccoli tra le stregate mahùa,

sulle biciclette, in fila indiana,

al di là dei coltivi dove in cerca invano dell’acqua della Devi

si perse il cammino delle donne con le giare di javari

Era la Domenica delle Palme e del Natale di Rama,

e con che amorosa violenza io ed il padre

incamminavamo i bambini alla menzogna educativa, cui i giorni seguenti,

li riallineavano in coro i testi scolastici,

“ Ministers, Politicians, Judges

Occupy their post because they studied hard

 

poi lasciandoli per che intorti tormenti come i nodi dei rami,

nella megacity al dilacerarsi dilacerando l’amico

dell’anima in dono depredata per strada,

 

 

“ma ora non farti più del male, siamo tutti qui”

cantavano le loro anime di nuovo ad accogliermi,

nel loro sollievo che alfine il Monkey God

sia stato placato dalla puja nel tempio,

 

Ora al distacco del rientro

odora la fragranza rigogliosa del basilico nel vaso,

pur nel dolore, al poterli ancora mirare,

che ad ogni ora che passi l’indomani si faranno

a cinquemila,

seimila, settemila chilometri distanti,

nell’unità, che ci sia di soccorso,

dell’invisibile vivo più ancora tra noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUARTA ECLOGA INDIANA

 

                                                         1

 

"Cosi dal retro del suo tempio  la Sibilla di Cuma

Cantava ambigue parole tremende nell'eco dell'antro",

 

E dall'osteria volgi all'uscita, sul retro,

che dà nel cortile che fu la tua aia di casa,

ne ritrovi la distesa deserta

più ancora arida invasata dal sole,

trasalendo, sui tuoi passi,

ai ragazzi di corsa che vi sopraggiungono,

sono indiani, del Punjab,

 l'uno nell'attendamento al riparo dal sisma,

l'altro con la madre accampato in giardino,

la madre resta ignara in ombra

e ricambia mesta il tuo namastè,

quanto si è fatto breve, senza più grida animali

ogni spazio retrostante di rustici ed orti,

spiantate le vigne, dissodate

le cavedagne d’un tempo

per il solo rigoglio, a perdita d'occhio,

dei ranghi infoltiti di steli di mais,

 

dove quante mie anelanti corse,

quanti miei sogni controvento,

scoloritesi con le memorie porte e finestre,

 rinserrata la casa ad ogni accesso ulteriore

,

 

tra i vasi tu ascolti il silenzio nel refolo d'aria,

erano allora gerani ed oleandri,

ed ora è il conforto, con lo sgomento,

che tutto sia cosi svanito e ammutolito,

lo sciame che avverti

un sopito tumulto di vergogna e lacrime,

inutile cercare altri volti che quelli

che in osteria già salutasti,

li ritrovasti, già altrove,

nelle schiere sparse delle loro lapidi ,

 

                                                       

 

2

 

“ And the bird, did it fly away again?”

da Khajuraho, come lo senti al telefono,

chiede l’amico del rondoncino che ponesti in salvo,

quando, al rientro in città,

tu vuoi sapere di Ashesh come ha preso il volo,

“Si, fu da un campo aperto, qui di lontano,

per mano di  un uomo che ama gli animali

è un uccellino, "the swift",

che se perde il volo non si solleva più,

quell'uomo, l’avessi visto,

l'ha baciato lieve, chiedendogli scusa,

prima di spingerlo a viva forza in alto,

solo così, dopo che è ridisceso un poco,

è volato via libero nel cielo,

anche ciò di cui si nutre, aerei insetti, lo cattura in volo,

rasenta l'acqua quando la beve.”

“He will be bad student, He will lose his mind...

but what we can do...” ripete l'amico ,

che possiamo più fare per  il nipote Ashesh

se a involarlo è stato il padre

e  ricadrà  in un'ottava classe carpita con la corruzione,

(-senza che mai mettesse piede nella sua aula

mille rupie si tenne il maestro pubblico

con la bicicletta premio in cambio della promozione certa -),

“ Ma non agitarti, keep quiet your mind,

se da  Ashesh andrai domani”, /

“ I know, only if I  speak him sweet he speaks me true”

“ E ricordati, che  lui è come ti ho  detto dell’uccellino:

  se perde il volo non si solleva più “

 

revisione 2016-10-25

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quinta Elegia Indiana

 

(Omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori)

 

 

Per Chandu, Kailash ed io,

che alcova di amore

la cappotta del ciclo-risciò sotto le piogge di Chhatarpur,

la delizia del caro bambino

il cuore giocoso del nostro bene,

tracimi pure l’immondo monsonico,

cali la caligine più tetra tra gli scrosci a dirotto,

il riso di Chandu  già tra noi è una  spera di sole

che precorre il radiarne i campi  smaglianti,

nelle sparse pozze lutulente

la luce lustrando l’ammusare dei bufali,

tra le foglie sfagliantesi del sagoon

per intenebrarsi già di nuovo

con quant'è la disperazione del nostro Amore,

nel mio grembo

l'amico reclino

di che dolorosa madre eviscerante,

troppo fragile è il mio amore

per non acuminarsi nella sua tribolazione carnea,  

quando il misero amico mi sottostia e  mi prenda la vita

nel farmi servo della sua inedia,

 

con  lui,  ancora di nuovo, dove il cuore infranto,

morto Sumit,

pur incantava Vishnu Ananta Shayana ,

l’ascesa a Shiva Bhairava

dove in gola al Dio è il veleno un urlo eterno,

alle rovine dei templi di Ajaygarh invase dal sole,

di altri, ancora più remoti ed ignoti,

alla scoperta del loro abbandono fra i campi,

 

in che luce di gioia,  quand'è Dusshera,

dalla Dea riattinta la vita per la Sua morte per acqua,

 

prima della notte di che freddi fuochi celesti

sul crepitio di lumi umani di che infelice Diwali,

 

reca la  mia testa mozza  Nirriti l'atroce,

e nessuna frenesia di danza

può sventare il rullio della sentenza,

 

 

eppure non cede l'amico al veleno

che s'insinua nello strazio mentale

“E perché mai lo tieni ancora in casa

 se tu resti ancora così povero,

e non hai fatto tuo il suo denaro”

 

 

e credendo, e sperando,

si prosterna al linga inesorabile

la fronte segnata,

per Agnì cola lo sterco

fumante di ghee,

dedite al passaggio aureo di Laxmì

crepitano ciotole di luce sulla soglia,

 

Nella notte, ancora  insonni,

chiedendo lenimento

ed ancora cedendo al Dio che è Amore.

 

revisione 2016-10-25                                                                                3 ottobre 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sesta Ecloga Indiana

 

Cala l’ombra dei monti sui casolari fumanti,

di sterpi  e sterco dai bracieri esalanti,

s’annida la luna tra le mahua ritorte,

cede il sole la sua luce di sangue al fiume che scorre,

nella successione dei mesi che alla fine dell’anno

volge la notte dell'amico ch’è scosso dal pianto per la bufala morta,

trovando il solo conforto

nel calore del corpo dei figli accanto nel sonno,

 

e ora chi è stato ospite sverna già al Sud,

è  in Irlanda che urla di nuovo contro i ritrovati  snackers,

radica nel Bangladesh  la coltura del neem,

in tutti con un curry speziato

infuso un nostro lascito di  temerarie speranze,

quando, di ritorno furtivo

 è stato solo ieri che ci ha già lasciato l’uccelletto Ashesh,

senza che a trattenerlo nulla sia valso

dell’incanto nel parco,

dell' appostarci alla vista di antilopi e cervi,

o del viaggio, di piccoli uomini,

per le forniture del negozio e la riscossione dei crediti

intrapreso con Ajay al villaggio dei nonni,

 

seguitando, tra le nebbie,

la crescita dei germogli infestati di grano,

ogni fumido  mattino sul  tuc tuc che a lui fu acquistato

l’amico infreddolendosi all’arrivo dei treni

per intercettare nel flusso l’occasionale cliente,

Vimala, l’infinitesima volta,

a risospingere il riflusso nel cortile,

prima che  i bambini pettinati e rilavati

in tuc tuc si riavviino a scuola,

Ma pur se il viride miglio delle suore ne ravviva la  grotta,

pur ora che l’anno finisce felice

è la nostra mangiatoia il pagliericcio di un morto bambino

nel cui astringerci crepita il fuoco.

 

 

 

 

 

 

Settima Egloga indiana frammenti sparsi

 

 

E quando le opere parevano morte,

inutile ogni sforzo intentato,

che solo si ostinasse a protrarsi la resa,

un nuovo splendore illumina i giorni,

la vacca tra la pula che lecca il vitello,

la senape nei campi che germoglia col grano,

 

e la sera non è tenebra  di sventura

quando dai colli cala sui fumi sospesi dei fuochi,

velami dell’aria che imbruna

 le aie e i coltivi,

nell’ora che protese di slancio

oscura le campanule tra i fili ritorti,

 il trascorrere più imperturbato dell’acqua del fiume, 

 

nel volgere a un nuovo mattino che agli armenti, che  pascolano lenti,

è di  luce anche nell’ombra,

e di che conforto

è il tugurio di stracci ed infissi della prole di guardia

 

 

solo  l’ incanto benedicesse anche i letamai  di maiali e bambini,

solo il canto degli uccelli sovrastasse

il pigolio degli “hello, rupees  dei piccoli

come esci per  i campi,

 

e tu  potessi confidare di quanto sia stato il dolore dei giorni

che di che fu intraveduto nulla potrà più andare perduto

e  sia l’amore più forte che la nostra paura del male,

e sia l’amore più forte che  la nostra paura del rischio,

che l’angoscia di spendersi in perdita,

 

prima che tutto s intorbidi ancora nel gorgo,

e l’amarezza sia il flutto di quanto è trascorso,

 

ma come Vimala lascia le coltri

che dolce tepore

prenderne il posto accanto al mio Chàndu,

infinitamente

delicatamente accarezzarlo nel sonno,

presagendo nella fitta che il dono di grazia

sia il sopravvivere anche alla sua perdita,

 

mentre lente le nuvole gonfiano l’arco dei cieli

altro di tremendo e risorto ancora ci attende

                                           

 

 

( gennaio febbraio2013 ( 18 marzo 2013

 

Revisione 2016-10-25 2017 15 gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OTTAVA ECLOGA INDIANA

 

Come potei, già una volta,

levare su di te la mano,

serrarti la gola,

dirti di volerti morto, anima mia,

 

quando tu sei la mia vita e l’amor mio,

e così di lontano

non so pensarti che con viscere trepide

al tuo impigliarti ogni giorno nell’afflizione che stride,

 

mi strazia il tuo Karman

di una tua vita senza scampo,

più che mai ora che con il tuo nuovo autorickshaw, alla sua guida sicura,

hai la dignità di un lavoro che non ti dà guadagno,

 

Whats’ news? It’s raining, raining, raining,

only raining..”

mi ripeti allora al mio ripetermi,

“ In Khajuraho everyday are the same things,

the same market, the same business with the tourists,…

“You know, lo sai,

(that ) they don’t respect me, if I speak true,

 paying many money to the lapkas,

-a chi li accalappia -

and seeing nothing, nothing of the temples  ..”

finché, radura di luce,

trovi un po' di contento nel nuovo tran tran

“ I lose fuel, time, going every day slowly to the railway station

but I safe my life, my autoricksaw

 

“And Chandu, my love?”

“He’ s asking you cycle,..”

Cycle!”, come mi grida la sua voce al telefono,

prima già di non volerne  più sapere

di me che sono il suo babbà che non fa ritorno,

alla terra dove straniero

oramai avrei  ghermito un uomo per una scalfittura,

un ragazzo per un mio livido,

.

 

 

Ma che solo risenta la tua voce accorata, amico mio,

e quanta vita ritrovo nella tua di stenti,

 

ed allora tu parlami ancora

di come al sesamo si apre la bocca che schiude il seme

nel tuo timore che si perda nel fango se la pioggia continua,

di come la luce si è spenta di nuovo sulle tue parole,

sulla tua cena di solo mango pickle e un di chappati,

ch'io approdi ancora ai tuoi  recessi d'amore

quando sento nei tuoi accenti inumidirsi la lingua

della tua bufala che lecca il suo nuovo Lalosha,

 

e lenisce lo sbadiglio la tua ruvidità di modi,

” For other things we’ ll speak more tomorrow,

 

“See you soon, Kallu, “

“See you soon”.

 

Revisione 2016-10-25

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NONA ECLOGA INDIANA ( frammenti)

 

Sulle rive del Brahmaputra,

in un gothul,

in quale India mai

sprofondare in un sogno,

dove non sia più tra una fangosa gente

che sopraggiunge chi vagheggia l’apsara, che nel torcersi,

sembra usi a scrivere un pennello,

e  intenta pur ella al bello gli rammemori

che vivere bene è più che scrivere meglio.

Come dei templi i sovrastanti picchi

ed è un’ascesa, un precipizio, una rinnovata ascesa,

delle vertigini a soccorrersi

delle nostre menti,  

……………………………

 

di ritorno al loro conforto di voci tra  le sommità sacrali

dall'impeto del Gange alla schiusa dei monti,

non una delle aarti,

intrepidi lumi,

superstite al varco dei flutti, ,

alla loro fede nella mia luce del cuore

sentendo che l'amarli sino alla fine

è ciò che mi resta di cui sono ancora capace.

 

 

novembre dicembre 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DECIMA ECLOGA INDIANA

                                                                   1

Ora ogni mattina, a quel che sento ,

solo se è il papà che guida il tuc tuc

va Chandu con il farfallino alla scuola delle suore,

di Ajay la voce nuova,

Poorti più di casa,

Vimala che scalpita, sbraita,  gli si rifiuta,  

non capendo che da allora è l’amore,

non il sesso che Kailash vuole,

“ nel nostro letto comune furono i miei piedi, non Io,

che fecero l’errore di scalciarla “,

lo so, amico mio,

è lo stesso anche per me,

da quel tuo grido che mi infranse

 

“ Oh, my Sumit,

no more life!”

 

Qui  captandovi nella mia lontananza

dove il continuo deprivarmi è il mio servizio d’amore,

“ Lo so, ma che almeno comperi per i bimbi

bengali per Diwali"

l’amico ignorando che il sacrificio estremo,

nell'esitazione che fa differire l’emissione del ticket ,

è trovare in loro la misura,

l'irrevocabile che adempie

 

 

                                               2

                                              

Ed ora, ricongiunti,

che già è festa di Natale,

oh, la loro vita in mia balia…

Vimala Maria che rimugina un suo canto

Chandu con voce inesausta di stupore giocoso

nel nuovo giorno restandole accanto ,

allorche Poorti sopraggiunge festante ed è già via,

Ajay (già) da tempo chissà dove,

Kailash involatosi al lavoro (già) di primo mattino,

 

Mottaa!.. mottaa! “, com'è di ritorno,

il motteggio di Chandu per la mia pinguedine,

 

il vimine di Vimala che intanto riasciuga il cortile, l’acciottolio del vasellame,

di fuori la nebbia tra i templi inumidendo le soglie,

la povertà involta in cenci e coperte,

 

 

 

 

 

la marcescenza dei cuori in rabidi furori

consuntasi tra la cartapesta

dei dì di festa di Shiva,

 

alfine,alla sera che cala,

presso il fuoco che divampa, intorno a un braciere,

l'ardore d'amore dei resti umani raccolti .

Natale 2014

revisione 2016-10-25  2017/ 1/14

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CANTICO DI SIMEONE,  PARAFRASI

 

 

 

Signore, anche se la nebbia cede al sole che intiepidisce le membra,

e la fiamma divampa a riscaldarle nel fuoco notturno,

vaneggia la mia mente

qui ove la pietra di Shiva

è il nudo interesse del calcolo,

le mie ginocchia vi si spezzano ad ogni gradino,

 

oh, come andato, andato, all'altra Tua sponda,

oltrepassato del tutto

e qui rimasto...

 

(om gate, gate, paragate,

parasamgate bodhi svaha...)

 

ma pure così, finché duri quest’oggi,

Tu fammi pur essere per essi fino al mio mancamento,

e se nel seme di chi ne è il seme, alle loro età sopraggiunte,

quand'io entri nel Tuo riposo saranno essi ancora

senza sostentamento,

provvedi per altra mano al loro futuro,

ai loro giorni del dolore

scongiurando l’ora di nuovo della morte del figlio,

 

tra le luminarie intanto della desolazione

com'è dolce il ciotolio di Vimala,

la confidenza tra me e Kailash, dei nostri bambini nelle loro scuole,

tale Tua luce di lacrime tra le apprensioni assillanti,

per chi non trova più la Tua Parola che nel disgelo d'amore

 

 

LUNEDÌ 29 DICEMBRE 2014

Revisione 2016-10-25 2017 / 1/14

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUI CANTA UN ASSOLO L’ESTATE

 

Qui  l’estate canta un assolo

che non incanta i sensi morenti,

trasuda, in svago e piacere, una replica che non dilacera strappi,

le voci sociali, se le ascolti,

dileggiando dei derelitti dei mari

quale sia il gusto dei pesci che se ne nutricano,



eppure non c’e vita che anche qui non vada

parlando, gridando, piangendo d’amore,

di cui tremi a che puoi fare ritorno,

se tra la linfa di volute di foglie, l’imbeccarsi d’uccelli in cui fu tramutata la pietra

non soccorre il cuore che sia più

che di carne e di sangue,

 

voi ancora, mie vive e morte anime amate,


vita, nascita e morte,

in voi ancora  perpetuandomi il ciclo,

la pioggia, stillandomi fresca,

all' inumidita soglia che Shiva sorveglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecloga indiana XI

 

 

“You 're like a bàrgad”, “

mi dice non so perché Mohammad,

in riva al talab,

tra un seguito e l’altro,

con la Laila di cui è Majdun

dei capitoli del libro dell’amore che mi sta compitando

alla stregua di quelli che viene leggendo del Piccolo Principe,

 

il primo che  recita che l’amore è vita,

il secondo che è cieco,

il terzo quanto è pericoloso,

il quarto che è follia,

il quinto che è solitudine e richiede lontananza, se è speciale,

il sesto, che è indimenticabile,

il settimo com' è incredibile..."

 

“ E perché son' io un banyan?”,

gli chiedo schermendomi

con inquietudine curiosa,

per la natura epifita dell’albero,

che a impresa del Raj,

fin esso a farsi gigantesco splendore

nel suo germe cresce strangolando

la pianta che l’ospita,

(madide le mie tempie di inebriato elefante,

di ritorno a lui ora da un'apsara

in una smorfia di noia,

ad un nudo Nirriti accanto della mia morta sorte)

 

“ Perché come un banyan con la sua chioma

tu copri e proteggi la vita di noi tutti”,

con quali mai aeree radici protendendomi al suolo,

quando del fratello del mio cuore,

per lui l “uncle”,

cuius amor, di cui l’amore si deposita al fondo, così tanto,

devo farmi il guaritore ferito che fu (già) ad infettarlo,

 

oh, l’eccedenza stessa da lui allora elargitaci

l’acqua più amara dell’offerta della sua gelosia,

quand’io già m’illudevo, ad un incanto dei miei anni finali,

che Mohammad fosse la delizia di noi tutti.

 

“Così ora eccomi Babbà Bargad

scherzo e rido con il ragazzo,

(attardato fenicottero nella regione del vento,

con lui consumandomi nel trascorrere del tempo),

mentre nel sole che traluce al tramonto lo specchio delle acque

 attendo quando sia la volpe che ama il Chota Raja Kumari

che al mio Piccolo Principe riveli il seguito di amare una rosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ALTRE POESIE  INDIANE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siccità indiana,

 

 

 

 

 

Sotto un cielo che affosca ogni orizzonte,

di una luce che calcina i campi riarsi

ch’essica il canto e lo squarcio di gole remote

che mai ancora, al limitare,

trascina lo zoccolo in ceppi

a pasture di stoppie,

il tuo farti l’ombra di strade deserte,

ed ancor oltre l' insano tumulto,

eppure ci avvince di ogni loro strappo

a ricucire insieme i nostri sudari?

Tra i morti ancora per acqua, che mai

di cui ancora trilla l’usignolo meccanico,

è inesausto il gioco , il richiamo al telefono,

il desiderio è madido d’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando le tue pagine fossero pure fogli di una Gerusalemme celeste

 

 

Quando le tue pagine fossero pure fogli di una Gerusalemme celeste

In accenti che menti eterne compulsino

Lungo l intero volto di gloria, sfigurato ammasso,

E’ uno sfregio che vi griderebbe per essere espresso

In un urlo che non trova voce che sia decente

Di una capitolazione continua per amore.

Snodato il capestro in una disfatta dopo l’ altra.

Ti sai solo un servo di infinita ignominia, e tanto ti basta,

Se così tu hai salvato l infanzia dei piccoli.

Cali pure il silenzio la mannaia d’oblio,

La loro voce in cortile felice

E’ la tua musica divina

 

MERCOLEDÌ 22 GIUGNO 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ di voi ch’io ho fame e sete, miei esseri diletti,

 

 

 

E’ di voi ch’io ho fame e sete, miei esseri diletti,

che mi accudite, di me lacrimate,

mi richiamate o vociate nel gioco,

siate il bambino Chandu, il giovinetto Mohammad,

Vimala nell’umido silente dei lavori domestici,

Kailash e le sue turbe od Ajay, involato dal cricket,

Poorti ancora una volta riportata via

da svago o timore di che in casa

può funestarla di nuovo

E già piange le vostre

concomitanze nel sonno

il mio ritorno nei solitari miei affanni notturni,

da ogni abbraccio o carezza o tormentio di capelli

ad un’ infinità di leghe rigettato distante,

solo con me stesso e la mia morte davanti,

 

ed allora Mohammad che spunta dagli alberi,

Chandu che si fa dolce dolce per dieci rupie,

Kailash che ricambia la buona notte con il gesto alfine di una mano fraterna,

il box del lascito quotidiano, l’indomani mattina,

di nuovo da lui evacuato con mia contentezza,

dal Lete saranno le vostre care memorie da distogliere in salvo,

per il tormento e lo strazio ancora

di ritrovarmi con voi.

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Credi nel raggio di sole che rischiara il cortile

Credi nel raggio di sole che rischiara il cortile,
riaccogli la realtà di stoviglie e otri da lavarvi di nuovo,
non desolare dei tuoi pensieri neri le vuote stanze, il giaciglio disfatto,
trangugia con l’acqua il cibo di nuovo,
è stata solo un’ altra nuvola di passaggio il tradimento di intenti
che con la tua vita tutto avrebbe spezzato,
conferma che sei vivo di scopi chi nulla sospetta,
e già ha ripreso ciò che frutto non dà,
si rianima la casa di vita e di voci,
che non vi manchi il tuo silenzio al lavoro,
il tuo saluto gioioso del rientro da scuola..

 

GIOVEDÌ 1 SETTEMBRE 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





 

 

 

 




 

 

L'acqua che nella gola gorgoglia

L’acqua che nella gola gorgoglia,
la brezza che ti alita del ventilatore in stanza,
sono gli appigli di vita nella frana di schianto,
ora che sai che non sapranno mai farsi libro le tue parole,
che ogni tuo intento è votato a fallimento e miseria
in cui si fa penuria di vita l'orizzonte restante
.
Lo splendore del giorno è intanto il respiro
di tutto ciò che sei ancora 
perchè quanto più, ora a soffocarti,
è la fedeltà ai destini in dono cui ti sei avvinto
la sua grazia ti confermi  un uomo nelle tue macerie, 
e nel risciacquo dell’oltraggio e delle stesse stoviglie,
nella riapertura delle serrande di merci invendute
l’addio sia un nuovo ritorno

Alla furia e cecità della stessa polvere
all'impotenza nel grido di una stessa preghiera.


GIOVEDÌ 8 SETTEMBRE 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sia la voce un canto di vita nell’accalappiarla la morte,


Sia la voce un canto di vita nell’accalappiarla la morte,
all’acqua che trascorre scintillante,
al verde che vi si rispecchia,
lungo l inoltrarsi delle identiche vie
alla farfalla inebriata nel sole,
veleggiano ancora orizzonti gli squarci di nubi,
se appressa le amate presenze 
sa ripromettere il tatto dell’anima
ciò che non sente la  luce del cuore,

e procedono ancora i passi per infranti cammini,
in sguardi d’altri ed agi animali 

nelle radure e nel folto ove ancora sia luce.

 

 

SABATO 10 SETTEMBRE 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed ora, amico mio

 

Ed ora, amico mio,

Che qui invecchio solitario e nel freddo

Tra  cumuli intorno di parole nei libri

Senza più la certezza di ricongiungerci un giorno,

Dove  di nuovo come la sera cala  su giochi ed attese

Il gelo del tuo attaccamento ìncubi ( ingeneri)

che gelosa follia

 

Il residuo calore che avventura ancora  i miei anni

Oltre  l’attendere qui solo la  morte nel passare dei giorni

Ora è  che amore  di te crepito, mio caro,

Per quanto so che sei perduto se non ti sostengo

Per quanto tu in me confidi

Benché di me tutto tu sappia.

 

Mentre senza di te qui il mio dolore è tale e tanto

Che la gabbia di stenti  è il suo imprigionarsi,

Che disperando di ritrovarci

La mia veglia cerca solo l’addormentarsi. e il morire 

Nel sogno di te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dio mio, Padre mio, ( DODICESIMA ECLOGA INDIANA)

 

Dio mio, Padre mio,

delle mie contrite ossa in così tanto freddo,

tutta la mia anima si gioca in questa mia lettera,

la mia vita in ogni suo rigo che ha appena inteso l'amico,

sta tutta la Tua sola parola che non mi sia lettera morta

nell'attenzione dell'amore che ne detta

una revisione ulteriore,

nell'evocarti onde evitare , “Veni creator spiritus”,

l'errore minimo che sia fatale al nostro ricongiungimento.

Sia esso una visita, non un risiedere,

un soccorso, non un sostegno continuo,

siano al più gente indiana cui sei dedito

coloro per cui ti fai povero ad ogni evenienza.

tu non sei il Babbà del tuo Chandu

la cui assenza strazia ogni tuo istante al solo ricordo,

in tanto dolore, di una separazione irrisolta,

che nel sale di una vita che ti prova e ti tempra

ti riesumi che restano il Suo incantevole dono di luce e di grazia,

e ti ridistilli ogni meraviglia dell'India

nell' indurirsi a diaspro del tuo amore,

l'incanto, che quando là v'eri,

il suo tremendo ti soffocava in un nodo senza più slargo,

finché non chiuda la richiesta

ciò che non può non erompere da ogni vincolo posto:

“Sir, instead of the employment visa now I ask another kind of visa in the last resort

because in India there is my life, the treasure of my mind and of my hearth”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le nebbie in cui esala il mio fiato

 

 

 

Tra le nebbie in cui esala il mio fiato

Anche dal pentolino che qui ebolle

Vedo levarsi quel fil di fumo,

Ed io sempre più mi sento

Una Cio- Cio- San votata al suo harakiri

Si nega il console all’appello,

Si nega al telefono anche il mio piccolo Iddio,

Incolleritosi nella ricerca in lacrime

Di un perduto bottone,

E l’amico che intenta ? di che gli è possibile

Perch'io possa almeno rivederli in videochiamata,

Di che può sedarmi uno strazio, irriso,

Che non trova più appigli

Alla chiamata del vuoto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel poco, nella mia casa morta,

 

 

Quel poco, nella mia casa morta,

che smuovo od uso a stento, ad ogni ora che passa,

vi ristà perché al presente, come fosse ancor vero,

tutto sia pronto per una partenza che a loro ritorni,

 

lasciando le valigie non ancora disfatte

con ancora dentro che riportarvi,

niente ancora da farsi

cui allora mi tocchi mettere mano,

quando, come non sarà mai più,

mi sfinisca nel poter chiudere alle spalle infine ogni porta

per andarli a raggiungere da questa solitudine immensa,

 

mentre non lasciando così indietro niente che di sudicio avanzi

quel che appronti, lo sai,

che è un addio che non sarà per quei cieli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio Signore,

 

Mio Signore,

fa che questo sia il mio ultimo giorno,

la mia ultima ora,

il mio ultimo battito,

la mente non vede più oltre che angosce di stenti,

nel seguito degli eventi che l'avvento di belve,

il mio lascito è solo vanità di sforzi,

trema, alla sua aperta voragine,

lo spendermi in perdita per il misero amico,

soffoco, mio Dio,

non vedo più luce nello splendore dei giorni,

tacito di tutto

tra ogni altro in chiarità di sguardo

DOMENICA 8 GENNAIO 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietà di me, mio Dio

 

Pietà di me, Mio Dio,

della troppa mia delicatezza prima di giungere a morte,

dona la Tua pace

ai miei giorni che strema il Tuo giogo,

ne intendono solo spasimi e stenti,

il farne del mio futuro un tremito misero,

ravvivati o fuoco d'amore

ora e nell'ora di ogni nostra morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio piccolo Iddio,

Sumit, se da che sei morto

tutto è cadavere

 

 

Mantova 12 agosto 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku

Ante diem

 

 

Un altro giorno,

senza che cessi l'urlo

che tu sia morto

per Sumit Sen ( 2007-2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da che quel grido

niente che sia più vita

"Aah my Sumit, no more life"

                                 

16 agosto 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku per un'anima cara  1

E s’io ti penso,
sei tu in me di ritorno
perch’io ti viva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku per un'anima cara 2

E' nascondino
il gioco che riprendi
in cui riappari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku  per un'anima cara 3

 

Che di te, a papà?

Digli, che mia è la voce

che vi riamora

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku per un' Anima cara 6


Ed ora, tu che
fosti senza parole
sei alato al fianco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lumi di fuochi,

la strada più deserta

dei tuoi giochi

 

  27 gennaio 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Ti sognò, Chandu,

ch'eri qui per la casa"

e in fiore è il giorno.

 

 

                                                                                                      19 agosto 2014